Diciotto giorni

Ci sono voluti diciotto giorni per prendere coscienza del fatto che non sono più a Pantelleria.
Diciotto giorni per produrre un pensiero che potesse avere una coerenza rispetto all’abbandono di un luogo.
Ho pensato che avrei potuto scrivere una lista dettagliata dei pro e dei contro del vivere sull’isola piccola e quella grande, sulla differenza tra il microcosmo Scauri e la pseudo metropoli Palermo.
Ma poi mi sono arresa.
Perché le due dimensioni non sono comparabili.
E come se volessi paragonare un roseto ad un orto a cipolle.
Non mi piego al giudizio di valore rispetto a due luoghi che hanno in comune una sola verità: sono due isole.
Oggi sono a Palermo, da diciotto giorni, ed è proprio come se fosse un’altra vita.
Allora vi racconto solo quello che mi manca.
Mi mancano le strade sterrate, i duecentosessantanove tombini che separano Scauri da Rekhale, il silenzio durante il giorno, il vento che fa volare le sdraio come se fossero vele, il saluto timido dei panteschi, la tabaccaia alla quale (dopo averle pagate) lasciavo sempre le sigarette sul banco, le benzinaie di Pantelleria paese che sorridono sempre, i miei scivoloni a piedi e le mie cadute in moto, gli amici che ho conosciuto su questa isola e che ora sono sparsi per tutta l’Italia, gli incontri fortunati, i dammusi “sgarrupati”, la serraglia grande, Benimingallo, il gelato di Ulisse, tutte le volte che ho rischiato di spaccarmi la faccia sugli scogli e i miei “ tuffi male”.
Mi manca il SENSO DI ESSERE A PANTELLERIA.
Che poi è tutto.

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