E’ un bacio di media facilita’

Ci sono desideri che arrivano all’improvviso, probabilmente determinati da fattori contingenti: primo fra tutti la difficoltà di ottenere la cosa cui brami.
In questo caso l’oggetto del desiderio é un Bacio Pantesco.
Più lontano e difficile é il reperimento dell’oggetto, più il bisogno cresce, verticalmente.
Fosse anche la pigrizia che ti impedisce di prendere l’auto e scendere in paese per reperirne uno.
A pensarci bene ho tutto l’occorrente per farli in casa e la voglia ha il sopravvento: PERDE L’AUTO E VINCE IL CIMENTO.
“Il FERRO” per friggere le dorate cialde, che sono il costrutto del piatto, lo posseggo da mesi ed é ancora chiuso nella sua confezione.
Scelgo su internet una ricetta di facilita MEDIA, la preparazione richiede appena 15 minuti e la cottura soltanto trenta, questo per sedici pezzi.
Mi chiedo se i tempi, da loro calcolati, siano cadauno o per tutti e sedici Baci che ho deciso di preparare (perché sedici? La ricetta prevede questo e a questo mi attengo, inutile che mi avventuri in conversioni o proporzioni).
Scriverei anche al redattore del blog, perché certo pressapochismo mi da ai nervi, ma decido di essere accomodante e soprassedere.
L’esperienza, fatta di persona, consoliderà il mio sapere.
Il latte ce l’ho e anche la farina, la ricetta recita “UOVA (CIRCA UNA) DI 55 G” (che poi dice che uno è polemico, circa un uovo è già un concetto discutibile, dopodichè i 55g sono con o senza guscio?) , SALE FINO circa 3 g (ditemi voi come si pesano tre grammi di sale fino), zucchero 130 g, ricotta vaccina 1.2 kg, cannella in polvere q.b. (già ho le dita dei piedi contratte), olio di semi per friggere q.b. (il q.b. nelle ricette mi fa rizzare tutti i peli del corpo), zucchero a velo per guarnire q.b. (e qui potremmo, quasi quasi, essere tutti d’accordo, poiché ad occhio si riesce anche a farlo).
“Mi raccomando – mi ha detto mia cognata – fai scolare la ricotta per almeno due giorni.
Deve eliminare un bel po’ di liquido, infine setacciala con un colino”
Seguo il consiglio alla lettera e, dopo venti minuti, giusto il tempo di raccogliere utensili ed ingredienti, ritengo che la consistenza della ricotta sia perfetta, di setacciarla non se ne parla nemmeno,è certamente un lavoro inutile.
Devo soltanto mettermi all’opera.
Il tavolo della cucina sembra quello di un ferrista da sala operatoria, tutto è disposto secondo l’ordine di utilizzo e la necessità, l’uovo pesa 63 g (levata la tara) i tre grammi di sale li ho stimati attraverso un paio di equazioni, il latte è quello scremato ma non ci fa niente, la farina ha solo uno 0 ma uno 0 in piu’ non credo che faccia la differenza.
Verso tutto nella ciotola, prendo la frusta che si trova alla mia destra senza neanche guardare, perché sono una donna che sa sempre il fatto suo.
Seconda raccomandazione della cognata: “Che la pastella non faccia grumi”.
La frusta non è delle più performanti, mescola ma amalgama con poca determinazione, la sprono, la esorto, la incito con veemenza da stadio, ma, purtroppo, mi accorgo dell’esistenza di qualche grumo. Non ci fa niente i grumi hanno un loro perché, danno una certa consistenza.
Nel frattempo ho messo l’olio a scaldare.
Non è quello di semi, perché non l’ho mai comprato nella mia vita e quindi travaso il contenuto di una bottiglia di olio extra vergine di oliva, ottimo per insalate e piatti freddi, nell’apposito pentolino (i bordi sono alti quanto basta affinché non si unga l’intero ambiente).
Sono tutta un fremito, mi muovo con agilità svolazzando di scodella in scodella, prendo l’altra ciotola e verso al suo interno la ricotta, che effettivamente è un po’ liquida ma aggiungo lo zucchero che, certamente, la renderà più compatta.
Terza raccomandazione della cognata: “Anche in questo caso usa la frusta, per ridurre la ricotta in una pastosa crema”
Pulisco la frusta e scopro che ha due velocità, avevo sottostimato l’attrezzo.
Sui fuochi l’olio comincia a fumare, deve raggiungere circa 180 gradi, ma come lo capisco quando li supera? Potrei usare il termometro per la febbre ma ricordo che non va oltre i 40.
Verso zucchero e ricotta nel contenitore e aziono la frusta alla massima potenza, guardo ammirata il risultato. Gli ingredienti questa volta si stanno amalgamando, si mescolano, si fondono ma all’acme si scompongono. La ricotta ha un aspetto sinistro è tornata grumosa e sembra jocca.
L’olio fuma moltissimo.
Ma moltissimo.
Avvolta in una nebbia aspra cerco su internet cosa possa essere successo alla mia ricotta e scopro che, forse (ma saranno tutte panzane) la crema di ricotta si è rotta.
Certi blogger sono buoni solo a fare del terrorismo psicologico.
Prendo il ferro, lo intingo nella pastella e lo immergo nell’olio bollente (178 gradi, ne’ uno più’ ne’ uno meno ne ho la certezza matematica, così, ad occhio) ma il risultato è inquietante: la pastella è brunita ed è un corpo unico col ferro. Impossibile separare la massa dall’attrezzo.
Prima provo con gentilezza, poi penso che la determinazione nella vita è tutto; così agito il ferro come un termometro cui bisogna fare scendere il mercurio.
Il risultato è’ un oggetto che parte, tipo disco volante, in direzione del vetro della mia cucina. Olio dovunque e pezzetti di cialda sparpagliati qui e li, fumo grigio denso, in tutto l’ambiente.
Ci riprovo, immergo il ferro nella pastella, veloce nella pentola, pronta sulla carta assorbente, cialda color rame, colpo deciso e via, l’oggetto non identificato schizza rapido alla volta corridoio.
L’aria in cucina è irrespirabile, adesso il fumo è nero, spengo il fornello e apro tutte le finestre di casa.
Depongo le armi, ma so di essere stata ingannata da un blogger inetto.
Tutto sommato prendere l’auto e scendere in paese, per assaporare il mio Bacio Pantesco, mica è così faticoso?
Al ritorno pulisco tutto, giuro!
La foto è stata scattata a Pantelleria, al Dammuso Aloe, da Veronica Schiera Chef de LE ANGELICHE

Condividi