In GRAZIA e BELLEZZA

Bukkuram è “il padre della vigna” e tra il verde e i vigneti, di questa colline dolce come il suo passito, ho trovato il Dammuso Grazia.
Scesa dalla moto, mi sono guardata intorno e tutto il verde era al di sotto del mio bacino, alberi sì ma schiacciati e contorti.
Anche io schiacciata dai bagagli che trasportavo ho attraversato un arco di pietra, mentre il vento barriva come un elefante, sono giunta sulle terrazze.
Un tavolo basso sulla mia sinistra e uno da pranzo sulla mia destra.
I bagagli poggiati lì dove li ho dimenticati.
Seduta sulla sdraio ho cominciato a contare le pietre ruvide del muretto di fronte che erano una, due, tre, e trecento fino a mille e una notte.
Con che Grazia si muoveva l’oleandro seguendo il ritmo di una bouganvillea che dettava i tempi.
Ho contato uno ad uno i tetti che scendevano lenti fino al mare piatto e liscio e ho provato a seguire le strade che si intravedono tra il fitto di questo verde cangiante, più mimetico di me quando non voglio né addomesticarmi né arrendermi.
Ho chiuso gli occhi, infine, perché avevo sonno.
Per Grazia ricevuta, al mio risveglio ho trovato un tappeto di stelle.
Solo allora ho aperto la porta di casa e mi sono distesa su un letto profumato di vento.
I bagagli dimenticati dove li ho lasciati.
Foto di Giovanni Matta

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