Marcella era uscita da casa, in quello stato di febbrile eccitazione in cui ti svegli una mattina senza neanche sapere il perchè e il per come.
Era il 27 dicembre: erano trascorsi giorni di grandi abbuffate. Lasagne, patate, fornelli, agnelli e caponi apparecchiati con trine, foglie di alloro e scintille fusion.
Poi il 27, era tutto sommato un giorno come gli altri, ma si era svegliata con un pensiero fisso in testa.
L’ipermercato era lontano e la città era di nuovo un brulicare di macchine e pedoni, adesso alla ricerca di slip rossi e giarrettiere da indossare quell’ultimo giorno dell’anno che poi è sempre il sabato di tutta una vita.
Marcella era uscita in tutta fretta: in tuta e ancora stanca di sonno e sogni.
Ci aveva messo soltanto 15 minuti per raggiungere quella costruzione quadrata, dorata e agghindata, che se la guardavi bene, lì, sembrava Natale tutto l’anno e le lucine si rincorrevano e le voci dagli altoparlanti gracchiavano come in un grande aeroporto e mancavano solo trolley e gente e rulli sui quali fare sfilare valige colorate e gli abbracci di chi parte e arriva.
Aveva schivato i passeggini e i negozi di folla e trastulli. Era entrata dritta al supermercato, indecisa se prendere un carrello o un piccolo trasportino a mano.
Gentilmente qualcuno le aveva porto il suo, appena svuotato di tutti i salmoni del nord america e lei, sorridente, aveva ringraziato pensando alla risalita faticosa di quei tranci affumicati.
Aveva girato disorientata tra marmellate, kit per riparare occhiali e quintali di detersivi in ampolle e bolle e tappetini per il bagno.
Niente, non era riuscita a trovare niente di quello che cercava.
In una illuminazione, assolutamente d’annata, si rese conto che forse era il caso di raggiungere il banco informazioni: lì, magari, le sarebbero stati d’aiuto.
Il bancone era grigio e semicircolare, al di là c’era una signorina ormai non più giovane che aveva un’aria abbastanza rassicurante, sorrideva e no. Intenta ad osservare un via vai del quale, evidentemente, sembrava non importarle proprio nulla. Spingeva i minuti, al contrario, in attesa che il suo turno passasse, come erano passate le feste, in una generale abbuffata di gente e di odori.
Marcella le si avvicinò con quel tratto gentile che la contraddistingueva, perciò la signora fu immediatamente ben disposta: ad un sorriso equivalse un sorriso.
“Cerco ”- iniziò Marcella con sicurezza. “Cerco.”
E si fermò.
A tutta prima la signora dietro al banco pensò che si trattasse di uno scherzo, sorrise nuovamente e la guardò interrogativa, poi le chiese, piano “Cosa cerca, signora?”, scandendo le parole perché non si disperdessero nel borbottio generale.
“Cerco una cosa che non ho da molto tempo”, Marcella cominciava a diventare rossa.
La signora in divisa, cominciava a sporgersi sempre di più verso di lei.
“Si spieghi meglio, mi dica”, il tono era diventato di sfida, può darsi che la giornata di una cassiera qualsiasi, trasferita in un turno festivo al banco informazioni, si sarebbe potuta trasformare, in godimento, grazie a dieci meravigliosi minuti di vitale insania di una cliente di passaggio.
Lo sguardo della commessa adesso vibrava.
“Cerco” e dopo una pausa “Non cibo” continuò Marcella.
“Né vino, né acqua o dentifrici fluorescenti, neanche rotoli di carta assorbente o palloncini colorati, sacchetti per conservare sottovuoto. Neanche bulbi o concime, surgelati o pinze per il bucato. Neanche cartoline, firmate o tornate al mittente o roba da consumare in pomeriggi noiosi.”
La commessa sorrideva, la cliente era quella giusta e non osava interromperla.
“Non cerco neanche un battipanni o rasoi usa e getta.
Cerco riti, ecco!”
La cassiera cominciava a contorcersi, cercava di richiamare i colleghi con lo sguardo: “ E’ qua, diceva con gli occhi, venite. E’ arrivata a distoglierci dalla noia di batterie AA”.
A quel punto Marcella aveva preso sicurezza e aveva deciso di non fermarsi fino a che non lo avesse detto tutto, ma tutto, quello che cercava:
“Mani calde e occhi ridenti. Cerco poi, sempre che ve ne siano rimasti, odori di intimità e ricordi spezzettati di quelli che ti mettono di buon umore. Ho anche bisogno, se ne aveste, di pensieri colorati, fosse possibile in tinta con le giornate a venire. Di un blu intenso per quando il cielo sorride, blu avion per quando promette pioggia. E poi vorrei anche dei sapori delicati: non so qui sarei un po’ confusa, ecco. Mi piacerebbe uno schiocco di labbra o il dolce e l’amaro di un addio sentito.
Cerco atmosfere: se è possibile della misura giusta, calzanti insomma. E occhi da guardarci dentro e lenticchie colorate, che non fingano di portare danaro, ma coriandoli di coriandolo con sapori larghi e sboccati.
Le risate affettate sottili per favore …”
La gente si era raccolta pian piano attorno alle due signore: delle quali una non smetteva di parlare e l’altra, pian piano aveva cominciato ad asciugarsi gli occhi, e tutti erano lì a chiedersi se quegli occhi fossero bagnati di allegria o di speranza.
“Risate sottili, di crasso facciamo le ambizioni. Aveste anche un po’ di brio per i giorni vuoti e della pazienza per ogni ora svuotata. Cerco il tutto e il niente: ma lo confezioni bene, la prego signora, le cose mal fatte mi danno ai nervi. Ho bisogno, inoltre, degli odori che più mi piacciono e brividi incastonati uno ad uno tra un poro e l’altro, si regoli lei col peso. Se gentilmente, in ultimo, potesse ridarmi i venti, i trenta e i quaranta anni le sarei grata: non si dia peso di modificarli, mi vanno già bene per come sono andati.
E poi, per favore, mi ricordi come si chiama il mio tempo, mi restituisca tutte le nozioni di buono e allegria; distribuisca, a nome mio , qualche pensiero dorato.
E, in ultimo, mi faccia la cortesia, la prego, di prendere la bambina che ero, portarla alla cassa, perché si possa dire che si è persa. E che qualcuno, la prego, qualcuno ritorni a prenderla. Grazie”.
Foto di Giovanni Matta

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