Leggi il quotidiano a mare, su

Ho un’ammirazione che talvolta sfocia in una insana invidia (gli psicologi parlano di “ammirazione infelice”) per tutti quelli che decidono di leggere il quotidiano cartaceo a mare.
Costoro, uomini e donne, sono dotati di una forza morale e di abilità manuali che io non possiedo.
Premessa vuole, intanto, che costoro siano andati a Scauri o a Pantelleria a comprare i giornali e questo già, per quanto mi riguarda, fa di loro degli esemplari degni di stima.
Poi balzellon balzelloni li vedo arrivare e sistemarsi in punta di scoglio, quando con calma tirano fuori dalla sacca il giornale perfettamente piegato e lo dispiegano davanti a loro con eleganza, tenendo larghe le braccia con i gomiti possibilmente puntati sulle ginocchia.
Tutto questo accade mentre gli arrivano addosso schizzi d’acqua, il maestrale infuria, il moscerino gli ha appena pizzicato la caviglia, un bambino si è appena tuffato nei pressi del lettore bagnandolo per tre quarti (giornale compreso), tutti schiamazzano e il sole batte a chiodo sulla sua testa.
Ma il VERO lettore del quotidiano a MARE dinnanzi a tutto questo non demorde, anzi, non fa una “piega”, egli resta imperturbabile e completa la lettura fino all’ultima pagina.
E quando avrà terminato lo ripiegherà perfettamente, tale da apparire agli occhi altrui fresco di stampa.
Ora vi racconto la mia.
Intanto perché io riesca a leggere un giornale necessito di condizioni ottimali:
superficie piatta, senza alcun oggetto nei dintorni o davanti a me; il tavolo deve essere lustrato e asciutto con una lieve capacità di attrito cosicché il giornale non scivoli, porte e finestre chiuse perché non spiri alito di vento.
Cosa accade, invece, se sono al mare?
Arrivata, gattonando, al mio scoglio anche io tiro fuori il mio quotidiano che, però, nel frattempo si è trasformato in un originalissimo origami di forma impressionista (perché impressiona) o espressionista o decidete voi, perché nella sacca dove lo avevo riposto c’erano: numero 2 maschere, numero 2 boccagli, un telo umido, un pacco di sigarette, numero 27 accendini, tre penne, un quaderno, due pacchi di crackers sbriciolati e una bustina di Riopan.
Pertanto, tirato fuori quel che resta del giornale, per prima cosa assumo il Riopan che già ho le budella contorte.
Dopodiché cerco di dare una sistemata a quei fogli perché possa cominciare a leggerli in sequenza ma, nel frattempo, due pagine sono già volate in acqua e mi vengono gentilmente restituite da un bambino prodigio mentre io cerco di fermare i vari lembi di quello che resta con le due mani, con la punta dell’alluce destro e con l’ausilio di qualche pietra, sicche’ il giornale fa da vela e mi sbatte in faccia. Soprattutto se sono controvento.
Allora cambio posizione e nel farlo sfila via la pagina 24 che comincia a veleggiare tra gli scogli in direzione NE finché qualcuno non la aggancia e me la mostra da lontano con l’intenzione di dirmi:
“E’ sua? Gliela riporto?”.
Mentre io affannatissima faccio cenno che no, non c’è bisogno, può pure tenerla (sono anche generosa, peccato che la perdita del foglio “seghi” l’articolo per cui avevo comprato il giornale) sono già a favore di vento ed è qui che si compie la tragedia TUTTA perché cambiare pagina a favore di vento e un’operazione che richiede sforzo, concentrazione, velocità e coordinazione.
E io non possiedo nessuna di queste caratteristiche.
Pertanto chiudo il quotidiano, faccio finta di piegarlo (e il risultato è al di sopra di ogni immaginazione) e lo ripongo nello zaino.
Per tutto il tempo della mia permanenza a mare farò di tutto per dimenticarmene, pur di sottrarmi alla frustrazione e all’umiliazione contemporaneamente subite.
Foto di Giovanni Matta

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