L’otto e marcio

Al desiderio di generare, che non è obbligo né convenzione, si associa più spesso quello della conservazione.
Mantenere in vita i legami, certe abitudini, la forza che induce alla sopravvivenza.
Le donne sono abituate a lottare per resistenza.
Dotate lo siamo, di difetti e virtù, ma alla volontà di tacere non siamo vocate.
Sappiamo ridere crasso e detestiamo il grasso che cinge i nostri fianchi.
Stanche di ciò che abbiamo portato in grembo, se un figlio o il futuro non importa.
Noi bussiamo alla porta dell’avvenire, perché c’è sempre piaciuto capire da dove è nato il seme.
Non siamo sceme, fiutiamo il divenire come si annusa la nuca di un neonato, alla ricerca di una prova, di una gioia o di un reato.
Se è di forza ch’io parlo non lo so nemmeno, qualsiasi figlio nato lo stringiamo al seno e se questo è ardore o poesia, credetemi, se io non sappia cosa esso sia.
Siamo nate stanche del sentirci lontane da ciò che ci appartiene, per diritto o natura.
Certe cose, da sempre, hanno il volto della sciagura.
Stanche del passato e del presente.
E del futuro non conosciamo la ventura.
Ma al cospetto di ciò che più ovvio sembra, noi donne, forti, decise e petulanti.
Talvolta sembriamo anche di un’altra levatura.
E quando chiniamo il capo, che sia un ceffone o uno sguardo, ricominciamo daccapo.
Se il torto è stortura, a quel torto sapremo sempre dare un nome.
Con rigore e indignazione lo chiameremo dittatura.

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