MANTENERE LA ROTTA, QUELLA GIUSTA

Atterrata a Pantelleria, superato il porto, attraversato il paesino di Scauri e più a sud fino ad arrivare a Rekhale, con uno sguardo a la Punta Rubasacchi ho pensato:

“We do not inherit the Earth from our ancestors: we borrow it from our children”, che è tra le più famose citazioni  della cultura dei nativi americani.

E da qui inizia il viaggio che segue, fase per fase, la logica del “prendere in prestito”: quella che sto guidando, attraverso queste contrade strette da pietre intagliate dal prestigio umano, non è la mia auto; nemmeno il vento è mio, queste folate che mi sorprendono in faccia da est, mentre percorro la Piana della Ghirlanda, e stringo a me il giubbotto perché non faccia da vela; se è per questo neanche il dammuso che mi accoglierà è mio,  lo abiterò come lo hanno fatto tanti prima di me,  facendomi avvolgere dal bianco sparato delle sue lenzuola passate a candeggina e dall’amaca sulla quale leggerò; per non parlare dei fondali patrimonio dell’universo intero e di proprietà esclusiva degli abitanti del mare, attraversato dalle dalle armate puniche e arrivato miracolosamente a me; persino le rocce, uniche proprietarie di se stesse, lor, senza dubbio, hanno visto più gente di quanto mai i miei occhi potranno.
Se continuassi mi perderei. Mantengo la rotta, invece, che è quella giusta.
Fino alla fine del mio viaggio, quindici giorni a Pantelleria, mi impegnerò a restituire quest’isola, intatta o migliore, per chi verrà dopo di me.

Foto di Giovanni Matta


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