Una bimba a Pantelleria è una bimba felice

Arrivati al mare si è immediatamente tuffata, maschera e tubo.
“Se andiamo a Pantelleria voglio tutta l’attrezzatura che serve per affrontare un’isola selvaggia”, aveva detto qualche giorno prima della partenza.
Felice dei suoi sei anni, ha trascorso le prime tre ore a nuotare, tirava su la testa soltanto per segnalarci gridando, col tubo in bocca, chissà quale meraviglia aveva avvistato a qualche metro da sé.
Fuori dall’acqua ha cominciato a scalare le rocce fingendo di essere un alpino, una geologa, una scalatrice di altura.
Poi è passata ai tuffi e “Papà e mamma guardatemi, date un voto ad ogni tuffo” e noi lì attenti a dire sette, nove tre e “dai riprovaci che il prossimo sarà un capolavoro”.
Si è fermata un attimo per mangiare l’insalata di riso, giusto perché sua madre l’ha costretta.
Tra mugugni e lamentele, come se le stessimo sottraendo del tempo ad una importantissima scoperta di archeologia o di biologia marina.
È stata ferma ben venti minuti per poi ricominciare a sondare palmo a palmo la scogliera.
Alle sei del pomeriggio siamo tornati a casa, io e mia moglie stravolti dal mare e dal sole.
Lei si è messa a fare giardinaggio.
Un invito dietro l’altro ad andare a fare la doccia e soltanto alle sette, quando ci aveva “vinti” ha deciso di insaponarsi a secco (“Ma non lo avevate detto voi che dovevo consumare poca acqua?”) per poi sciacquarsi sotto l’acqua per trentotto secondi netti.
Ha divorato il cous cous in sette minuti e l’abbiamo trovata adagiata sul tavolo, testa tra le braccia che ronfava.
Dopo averla portata al letto a quel punto è stato il nostro turno.
Io ho stappato un prosecco mentre lei ha messo le sdraio davanti al tramonto che stava per affondare.
Abbiamo bevuto e riso, raccontandoci ogni minuto della nostra giornata.
Abbiamo anche noi affrontato il cous cous con ingordigia.
Tenendoci per mano, barcollanti per vino e stanchezza, abbiamo raggiunto il letto.
Dentro casa ebbrezza, fuori brezza.
Foto di Giovanni Matta

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